Canzone delle solite cose
Allora, proviamo a dirsi le cose come stanno: è un gran casino. Tutti a inseguire una formula magica per stare bene quando dovremmo semplicemente stare bene senza inseguire un bel niente. Stare è la parte del concetto che può funzionare. Bene è un rafforzativo del fatto che riusciamo a stare. Le cose accadono e per la maggior parte delle cose che accadono noi non possiamo farci niente che comunque accadono. Se pensiamo alle migliaia di variabili che portano le cose a accadere, la nostra insignificanza diventa palese: non contiamo un cazzo. Sei un giovinotto appena uscito dall’infanzia, più o meno felice, e ti ritrovi a dover metterti in moto per aderire a qualcosa che non sai chi l’ha decisa ma se non lo fai poi diventi disadattato e vi posso assicurare che non è un bel modo di vivere e stare al mondo. La cosa migliore forse è fingere, pensarsi attori di un film di cui la nostra vita è la sceneggiatura scritta diretta e interpretata da altri meglio che da noi. Questa è la mia citazione preferita perché esemplificativa. Un titolo evocativo: il bacio sulla bocca e poi una tristezza infinita venata da resurrezioni che nemmeno i fossati ci credono però musicata e cantata è molto bella, come se quello che si ripulisce e rifiorisce fossi tu ogni mattina prima di ripiombare nella solita merda interiore che magari invece fuori è una bella giornata, percepisci il bene di chi ti vuole bene, è tutto al suo posto, e però c’è quel qualcosa che stona, che ti crea una sbavatura, che rovina tutto e è il fatto che stai vivendo e tutto finirà.
Non ho più ricordi della mia vita, ho solo sprazzi romanzati in cui mi immagino esserci e a volte mi siedo e me li guardo come un filmino in superotto dei compleanni dei nipoti o dei figli che facevano i nonni o i babbi a seconda di quanti anni hai che poi cambia la tecnologia e chi è che si mette a trasferirli in digitale? l’unpermille della popolazione. Io ho un sacco di diapositive per esempio che ora non servono a un cazzo e non ricordano niente e marciscono in una scatola in garage che a me piacciono i garage che sono meno poetici delle cantine o delle soffitte e soprattutto costano meno e ci puoi mettere il motorino. Tra gli sprazzi ci sono il vecchio Filone il carbonaio che poi vendeva anche la legna e le bombole del gas perché diversificava o Gabbanina che parlava con lui sul grande ceppo sotto il noce e che colpii in fronte con una freccia di canna che se non mi nascondeva nonna nella stalla questo mi denunciava se mi andava bene o mi riempiva di legnate se mi andava male. Gabbanina perché era piccolino tutto ingobbito e portava la gabbana sulle spalle che era un misto tra un cappotto e una giacca non credo di fustagno ma nei miei film sbiaditi magari era così tipo novelladelduemila di Verga infatti lui usava l’espressione: verga masola! quando imprecava che non voleva dire nulla ma era per non dar fastidio con i porchiddiii e le porcheminonne che poi non ti facevano entrare nei bar dove ancora erano rimasti arrugginiti i cartelli con i vietato bestemmiare e i vietato sputare per terra che i cartelli sopravvivevano alle mode e ai mutamenti sociali che saranno stati anni che non si bestemmiava e non si sputava più.
Quando detti l’esame sull’alzheimer che non si chiamava così ma praticamente il libro e le lezioni erano sull’alzheimer spiegavano come funzionava la memoria che prima perdi quella a breve e poi a medio e poi a lungo cioè mi sembra sono passati anni magari è all’incontrario però capii come mai mi piacevano un casino i vecchi a cui volevo bene che si ricordavano le cose che avevano imparato da bambini e si scordavano quelle fatte dieci minuti prima e le ripetevano in continuazione tipo: ti ho mai detto di quella volta che e era una cosa lontana e io dicevo no non me l’hai mai detta e me la facevo ridire per la millesima volta che mi piaceva come la dicevano e facevo finta di non saperla e ci si teneva così, vicini, facendo finta di tutto, come attori della nostra vita che si faceva finta che si era nonni e nipoti e poi quasi mi veniva da applaudire o da baciare quella pelle vizza di nonna o quelle rughe sul collo di nonno bruciate dal sole dei campi.
Io sono sempre stato simpatico ai vecchi da ragazzo, non so perché, forse perché ero già vecchio in un corpo giovane o forse perché mi stufavano le cose da giovani e preferivo stare seduto con i vecchi a fine giornata quando loro avevano lavorato o comunque fatto qualcosa e io non facevo mai un cazzo di niente o almeno mi pareva così perché non facevo un cazzo di niente di quello che mi piaceva fare e facevo solo quello che mi dicevano che io volevo fare e per me stare con i vecchi era serenità che poi erano tutti così affascinanti in quei loro vestiti da vecchi che la moda non era mai esistita per loro e vestivano di scuro sempre e comunque però sicuro la domenica per andare alla messa, cioè per accompagnare le donne alla messa che loro stavano fuori dalla chiesa che molti bestemmiavano o erano comunisti ma comunque alla messa si doveva andare perché era una cosa della comunità e insomma prima di andare si facevano la barba e poi si davano l’acqua velva, si pettinavano con la brillantina linetti e si mettevano la cravatta, la giacca e il cappello e profumavano di buono e di vecchio e ascoltavano il giornale radio prima di andare e io ero affascinato con i pantaloni corti e le scarpe con gli occhi e poi dopo con le superga color corda o blu e i jeans della wrangler e una maglietta e via che sono stato pure secchino in quei secoli lì che mi dicevano mangia che i vecchi dicono sempre mangia qualsiasi cosa succeda o accada e cascasse il mondo ma mangia e tanta pastasciutta soprattutto e poi i pomodori e l’insalata e il formaggio per finire che serve per ripulire. Che poi a mangiare ho imparato e loro a bocca aperta che mangiavo tanto che loro non mi stavano dietro a parte il ferroviere che non mi ricordo come si chiamava che restavamo solo io e lui alla fine e lo lasciavo vincere che non lo potevo umiliare che era vecchio e per quei vecchi lì mangiare era sacro e allora rinunciavo all’ultimo pezzo di dolce e ci si rifugiava negli amari che bere invece non era una gara che i vecchi sono vecchi ma mica scemi che poi noi si stava male e loro no.
A me mi piace la modernità, ha aperto un sacco di possibilità tipo puoi leggere i giornali stranieri che io spendevo un sacco in abbonamenti quando avevo i soldi dei primi lavori prima di diventare adulto vero performante e li spendevo in bevute e poi libri per via della competizione con mio padre e comunque il giornale straniero migliore era l’Osservatore Romano che se volevi sapere qualcosa dell’Africa o dell’Asia solo lì prima che arrivasse Internazionale che è una delle cose più belle dell’editoria italiana molto meglio della nascita di Repubblica che sembrava chissà cosa e poi è finita come tutta la stampa italiana a leccare il culo al potere.
In realtà credo che tutti noi si voglia essere visti in qualche modo. Che tutti noi se non siamo visti ci pare di non esistere. E credo che se non siamo visti davvero non si esiste. Che quelli che dicono che si può stare da soli con sé stessi mi sa che hanno un’alta considerazione di sé e io non ce l’ho io voglio essere visto e riconosciuto e che qualcuno mi dica che non sono poi così male come penso io. Gli altri sono importanti, non tutti gli altri ma da soli con sé stessi è troppo triste. Meglio essere visti da quelli da cui ti piace essere visto che allora ti sembra di vivere un po’ e non sempre fare i conti con te ma anche con gli altri che assomiglia molto a quella cosa di volersi bene.
Qui ci starebbe bene una poesia che io non le so scrivere anche se mi piacerebbe tanto anche perché mi piacciono le parole belle dense che hanno mangiato i significati, ci starebbe bene una cosa tipo:
C’eri ancora quando c’avevo paura e
ora non ci se più.
Mannaggia.
Pazienza.
Fa lo stesso, dai.
Le dita dei tuoi piedi tra le mie labbra, il polpaccio contratto, gli anelli che quando accarezzi ci scappa un brivido di freddo, noi come eravamo, voi come eravate, le singole vite e la storia intera, il culo che tutti ti guardano, i capelli che vanno per i cazzi loro e li tagli e ti penti ma in realtà sei bellissima coi capelli corti che c’hai un bel viso di quelli belli belli e hai la pelle arrossata a volte dal vento e a volte dal sole e dio come mi piace a me accarezzare la pelle delle cosce all’interno e poi risalire leggero ma anche stringerle forte come quando si stringe la coscia con la mano che mi stai accanto in macchina mentre guido senza dire niente ma per dire tipo: ehi, che forte che sei, sei te, crediamoci e ti stringo così te lo ricordi e ci credi mentre si va al mare o in collina che si dorme accanto e magari succede quella cosa che ti sfioro e tu fai finta di dormire e mi lasci fare.
Ciao sconosciuti



Ché avevo scritto sai quei commenti che vuoi scrivere tutto, ci provi e poi finiscono le parole, rimani con gli occhi umidi disorientato e dici: ma checcazzo scrivo - e allora dici non scrivo niente, mi emoziono e basta, però poi sai che c'è quella cosa lì che hai rivelato così bene. La necessità di comunicare. Insomma, la gratitudine, il bisogno struggente di dire Grazie e sapere che si capisce cos'è quel Grazie, da dove viene e perché. Ecco: Grazie. Davvero.
Brava!!!!